venerdì 16 settembre 2016

Segnalazione "Senza più nome" di Elisabetta Barbara De Sanctis

Buongiorno e buon venerdì a tutti! Oggi inauguriamo la giornata con la segnalazione del nuovo romanzo di Elisabetta Barbara De Sanctis,che si intitola Senza più nome (edito al prezzo di 13.00 euro per la versione cartacea e di 1.99 euro per la versione digitale - potete acquistarlo qui ).

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Martina ha sedici anni e combatte contro un passato pieno di mostri, ma basta poco perché quanto ha rimosso torni a galla, con i ricordi delle violenze e degli abusi e tutto il suo carico di dolore. Quando la sua vita sembra arrivare al capolinea, decide di provare a vivere inseguendo il suo sogno di libertà: una moto e una strada su cui correre, veloce come il vento. Un viaggio che, tappa dopo tappa, la aiuterà a prendere coscienza di ciò che le ha segnato l'anima. Un viaggio per trovare se stessa. Un viaggio per ricominciare.
NOTA: le vicende narrate nel libro sono di pura fantasia, ma l’intensità e la drammaticità di alcuni passaggi lo rendono non adatto a un pubblico sensibile e facilmente impressionabile.

Qui di seguito trovate un piccolo estratto dal romanzo,così potrete farvi un'idea della storia e dello stile dell'autrice. Buona lettura!

Non riuscii più a trattenermi. Scoppiai a piangere e i singhiozzi mi spezzarono le costole. Avrei voluto essere forte, ma non lo ero. Non lo ero mai stata. Un dolore atroce risalì in superficie. Un dolore antico. Un dolore più grande di me.
 «Mamma?» riuscii a chiedere con voce rotta.
«Dimmi amore mio…».
«Che mi hanno fatto?».
Avrei voluto fosse una domanda.
Fu un grido di dolore.
 Mi strinse ancora più forte. Stava provando a tenermi. Sarebbe bastato per non farmi andare a fondo? «Mamma… Che mi hanno fatto?» chiesi ancora, ma lei si limitò a dondolare, stringendomi a sé.
Non fu sufficiente. Il dolore crebbe. Divenne enorme. Esplose e mi investì con la sua gigantesca onda d'urto.
C'era un posto dentro di me, un nucleo di nera ossidiana che fino a quel momento aveva resistito a tutti gli urti che avevo subito. Il resto di me poteva anche farsi polvere, potevano ridurmi a brandelli, ma sapevo di poter sempre tornare a quel centro e da lì ricominciare. Era il mio fulcro e il mio pozzo dell'oblio, in esso ero sprofondata più e più volte, cedendogli la memoria in cambio della sopravvivenza. Lì era custodito tutto, soprattutto quello che mi ero scrollata di dosso, una zavorra con cui non sarei riuscita a restare a galla.
Adesso, mentre mi sentivo lacerare da quello strazio che mi trapassava il petto con ferocia, sprofondai dentro di me per nascondermi in quel nucleo.
Lo sentii farsi incandescente e pulsare di vita propria.
Ci affondai dentro fino a ustionarmi le ossa e le sentii sciogliersi.
Mi squagliai come cioccolato fuso.
Mi confusi. Dissipai quel che restava di me. Mandai in corto ogni circuito. Scesi più dentro. Ancora più dentro. Mi feci notte e penetrai ancora più in profondità, al centro di tutto, finché incontrai il gelo. Divenni fredda. Infine riemersi, dura e cupa come quel fondo nero e non provai più nulla.
Ancora una volta avevo allontanato da me il passato e la paura, ce l'avevo fatta. Il prezzo da pagare era quel freddo che ogni volta mi penetrava più a fondo e si prendeva un pezzo di me. Temevo che prima o poi mi avrebbe invasa del tutto. Che ne sarebbe stato di me a quel punto?
Forse semplicemente non avrei più provato dolore, né paura. Forse avrei smesso anche di avvertirlo, come quando ti congeli a tal punto le mani e la punta del naso che diventano bollenti e poi finisci per non percepirli più. Forse avrei smesso di sentire i passi dei mostri che mi rincorrevano. Erano sempre di più. Sempre più veloci. E io sempre più stanca. Forse avrei cessato di essere in gabbia. Forse. Potevo solo aspettare, tenendomi al freddo. Sopravvivere.
Mi divincolai dall'abbraccio. Sapevo che non mi avrebbe risposto, non mi avrebbe detto quello che in fondo non volevo sentire, che sapevo essere parte di me, ma che mi impegnavo strenuamente a tenere distante.
 Perché qualunque cosa fosse, non era successo a me. Non mi apparteneva. Avevo bisogno di credere che fosse così.

Cosa ne pensate? Lo leggerete? Fatemelo sapere nei commenti!
Al prossimo post,
Nali <3

2 commenti:

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